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martedì 9 maggio 2017

Ho visto una biblioteca

C'è stato un periodo della mia vita, durato anche un po' di tempo, in cui non sapevo dove andare. Vado preso alla lettera, non sapevo dove poter stare fisicamente, o a coltivare il mind wandering tanto necessario per me quanto vituperato dalla stampa e dall'etica farmacologica al servizio delle multinazionali. Ma questa è un'altra storia. Dicevo: dovevo coniugare due problemi, il fatto di non sapere dove andare con il fatto che mi piacesse leggere. Così ho scoperto le biblioteche. Le ho scoperte tardi, dopo i vent'anni. Non che prima non le frequentassi, ma il concetto di prestito dei libri mi ha sempre disturbato un po'. Se un libro è mio è mio, eccetera. Un libro va stropicciato, scritto, vissuto eccetera. Ho scoperto che in biblioteca stavo meglio, così ho cominciato a frequentarne diverse, vicine e lontane casa, vicine e lontane i vari e fortuiti luoghi di lavoro che hanno fin qui accompagnato la mia biografia. E nel corso di questo periodo ho notato un fatto, che mi ha piacevolmente stupito: le biblioteche sono frequentate. Non sto scherzando: la gente la in biblioteca. Studenti, ma non solo, anche persone di mezza età, pensionati, casalinghe. Ecco, magari la mia marginale persona forma la minoranza categoriale di uno, ma mi consolo vedendo frotte di altri campioni umani, tutti silenziosi poi, un fatto per me meraviglioso al quale non mi abituerò mai del tutto: che un gruppo numeroso di persone possa stare in silenzio. Ne ho girate diverse, dicevo. Spesso in zone non proprio agiate, eppure proprio lì ho trovato le persone più attente al loro lavoro, perché la biblioteca è diventata quasi sempre sinonimo di civiltà in porzioni di territorio abbandonate a loro stesse, come un presidio dell'intelligenza e del rispetto laddove altrimenti sarebbero solo scempi edilizi, squallore e gente ammucchiata sulle panchine con la bottiglia in mano. Poi ci sono le biblioteche. Non so se considerare eroi le persone che ci lavorano (di certo fanno un lavoro più utile che... ma lasciamo perdere, non voglio inimicarmi nessuno, non qui), ma di certo i volontari che non prendono un centesimo per me lo sono. Lo sono anche quando mi trovo a pensare che stanno sprecando il loro tempo perché la partita è troppo difficile stavolta, perché quella periferia è troppo degradata e l'abbrutimento sta trascinando tutto a fondo come un vortice nell'abisso. E invece no, non è mai inutile. Hanno ragione loro: bisogna farlo, e bisogna farlo tanto più il caso è disperato. La tecnica ha cambiato le nostre vite, ha semplificato alcune procedure, in generale ha allungato la vita a buona parte dell'Occidente, ma non è riuscita ad annullare l'anonimato del sottosuolo sociale, estendendo anzi i tratti osceni e seriali di un'unica periferia a tutte le megalopoli del mondo. Un grande equivoco, una sofisticata operazione di distruzione dell'integrità umana che ha portato alla perfetta intercambiabilità di tanti panorami cittadini. La biblioteca è ancora lì a testimoniare un'opera di aggregazione e riconoscimento che va al di là dei click sui social network e restituisce, per fortuna, un po' di carne e sangue ai rapporti umani. Chiamiamola avamposto, presidio della cultura in terra nemica, non so bene nemmeno io. Vedo però che la gente le frequenta, e questo mi fa ben sperare, perché significa che c'è ancora una richiesta culturale forte anche nelle zone in cui sembrerebbero prevalere solo incuria e indifferenza. Il fatto che un libro possa ancora così tanto è quasi un controsenso rispetto alla deriva che ampi tratti della società stanno prendendo: oltre ad una spietata educazione al brutto, l'abbandono degli strumenti culturali complessi a favore della banalizzazione tweetteriana o peggio ancora alle brame di talento fasullo promosse dalla televisione. Perché ci sono ancora donne e uomini per cui tra una pagina di Leopardi e il tweet del solito imbecille famoso c'è ancora una differenza. Non è la stessa cosa. E allora sì, crediamoci ancora un po'.
Ariberto Terragni

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