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lunedì 12 maggio 2014

PASOLINI A MILANO





Un piccolo scrigno di fotografie in bianco e nero. La Milano a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, boom economico e retorica che ormai si spreca. Fughe in auto, teddy boys della Ghisolfa, il benessere industriale di una società che scopriva i privilegi del progresso dopo secoli di economia agricola. A completare le immagini, un pugno di testi. Si gira in un quarto d'ora la mostra “La Nebbiosa – Lo sguardo di Pasolini su una Milano ormai scomparsa”: nei fatti si tratta del materiale residuale per un film al quale il poeta delle ceneri avrebbe dovuto collaborare. Alla fine il film si realizzò comunque, per la regia di Gian Rocco e Pino Serpi, ma Pasolini se ne chiamò fuori.

La mostra La Nebbiosa è la testimonianza di uno dei numerosi progetti fantasma dello scrittore: non diverso da uno dei tanti scartafacci che Pasolini disseminò lungo tutta la sua carriera di poeta, intellettuale, cineasta. Qualche volta questo materiale riemerge, e di solito viene proposto al pubblico in forma più o meno curata da progetti editoriali più o meno samizdat.

La Nebbiosa in particolare risente del clima in cui fu concepita. Ossessione per il mondo che stava cambiando, collasso di un sistema di valori, ricambio generazionale. Non sappiamo come sarebbe stata la pellicola se Pasolini vi avesse collaborato fattivamente, ma non è fuori luogo pensare che si sarebbe trattato di un Accattone milanese, di una vita violenta ambientata tra San Siro e Gratosoglio.

Sulla mostra c'è poco da dire: l'ingresso al Museo del Risorgimento di via Borgonuovo 23 a Milano è libero, e forse è la sola ragione per cui vale la pena fare un salto. I motivi di interesse non stanno tanto nell'oggetto in sé (con un po' di fortuna si possono trovare fotografie migliori nel solaio della nonna) né nella retorica boomista di cui sopra.

Il primo dato che spicca è l'interesse per la persona di Pier Paolo Pasolini. Dove c'è lui, si crea un evento. Editi, inediti, resoconti di amici, nemici, ex amici, presunti amici, tutto fa brodo quando si tratta di rievocarlo e di promuovere una qualche iniziativa in suo nome. Da maudit nostrano a sinonimo di cultura alta, sorta di figura cardine della critica sociale che oggi – a quasi quarant'anni dalla morte – è diventata un monumento a se stessa. Pasolini e le sue profezie, Pasolini e la sua critica al consumismo, il mito del Palazzo, i puttani minorenni, la vita divisa tra le cerimonie dell'intellighenzia (quando questa in Italia contava qualcosa) e i disperati dopocena a zonzo per i quartieri degradati.

Il secondo dato paradossale è come i principali fruitori del culto Pasolini siano proprio i borghesi che il poeta tanto avversava. Non è naturalmente possibile banalizzare con un'equazione la borghesia dei suoi tempi e quella dei nostri, ma sta di fatto che la proposta di Pasolini, da fenomeno di nicchia, col tempo è diventata patrimonio inflazionato. Un patrimonio massivo e dilagante, sfruttato senza tanti complimenti da gestori del pubblico potere e assessorati a caccia di cultura prêt-à-porter. Intendiamoci, niente di bene e niente di male. Solo suona veramente curioso come un grande avversario del sistema sia stato perfettamente assimilato dal sistema stesso: manifestazioni pubbliche, università, premi vari. Il Pasolini che persino in morte veniva accostato a termini come “corruttore” e “scandaloso” ora è diventato il baluardo della medietà, intesa come medietà di giudizio culturale e di accesso. Di più, forse Pasolini è diventato un brand: dove c'è lui c'è buona cultura, e un pomeriggio speso in buona coscienza.

Non che nei fatti la produzione pasoliniana sia mai stata appannaggio delle classi minori. La pedagogia di Gennariello non è mai stata veramente indirizzata a Gennariello, ma a un borghese medio alto con strumenti intellettuali non di primo livello.

Restano questi testi, queste fotografie da osservare. Che cosa è cambiato? Mi ha colpito una frase virgolettata: “Ai miei tempi i giovani queste cose non le facevano, lavoravano tutto il giorno e poi andavano a letto”. I giovani a cui si fa riferimento sono gli anziani di oggi, i quali probabilmente ora rivolgono frasi del genere a figli e nipoti e in generale al malandare odierno. La denuncia del mala tempora si travasa da una generazione all'altra, con buona pace dell'Apocalisse, sempre evocata e sempre rimandata a tempi ancora peggiori. Il vero guaio di ogni apocalittico è che l'Apocalissi non avvenga. Ciò forse non significa, per dirla alla Eco, che allora siamo tutti integrati e buona notte, ma che ogni giro di giostra presenta una sua trama, un suo humus, simile agli altri e allo stesso tempo irripetibile. Siamo sopravvissuti all'industrializzazione, al suo declino, stiamo sopravvivendo (con qualche difficoltà) ad una crisi economica e morale spaventosa. Verrà certamente un bel giorno in cui anche chi è nato negli anni Ottanta, come me, deplorerà i ragazzini con le loro mode incomprensibili e imbecilli. Intanto le lucciole sono tornate, le ho viste.



Ariberto Terragni



“La Nebbiosa – Lo sguardo di Pasolini su una Milano ormai scomparsa”

Museo del Risorgimento di via Borgonuovo 23, Milano.

8 maggio/14 settembre 2014.

Ingresso libero.

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