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domenica 9 febbraio 2014

EXPO, PAURA E DESIDERIO

                                                                                     

Paura e desiderio in vista dell'Expo, che nessuno ha capito bene di che cosa tratti e si sa solo che è grande e grosso e si spera possa portare un po' di capitali freschi nella nostra sgangherata economia.
Ma l'Expo è anche l'utopia di Galeano, che come l'orizzonte si allontana a mano a mano che ci avviciniamo, e ci fa camminare.
Una abnorme fiera campionaria in pratica; la cattedrale semovente dell'epoca post postmoderna; la massima celebrazione post religiosa dell'età della tecnica. Se solo vivessimo il culto di Ananke quanto i Greci dell'epoca classica e avessimo plasmato templi e divinità a immagine e somiglianza delle nostre paure, l'Expo meriterebbe perlomeno un Partenone, popolato dalle statue delle uniche divinità che conosciamo: indici azionari, spread, Mercato...
Insomma non sappiamo a che serva l'Expo, ma ne abbiamo bisogno. E' un grande ipermercato del probabile, e noi ci siamo. Lo abbiamo strappato alla concorrenza di Smirne, e che caspita dovrà rilanciare l'economia nazionale. Forse. Intanto è stata l'occasione per costruire parcheggi sotterranei, palazzi, quartieri interi alla periferia di Milano, una città che dagli anni Ottanta non ha fatto che spopolarsi, non solo per il dissesto sociale che più di altre realtà urbane ha incarnato ma, forse, per un'implicita sfiducia in un modello di vita che ha tradito la milanesità profonda, quella che si fa il mazzo e non crede alle bolle di sapone.
Ma insomma, ci siamo. E tutto sommato meglio esserci che essere ancora una volta alla periferia del mondo, a patto di farci qualcosa con questo Expo, come dire: a patto che le eventuali e auspicate ricadute positive non valgano solo per una parte, con i costi addossati ai soliti noti, ma siano distribuite un po' equamente, con benefici e passivi distribuiti in proporzione. Non male detta così.
Però, è tutto da vedere. Specie se consideriamo il paradigma politico che ha retto il Nord Italia in questi anni, una concezione non certo cosmopolita, soprattutto in sede europea.  
Meglio darsi da fare e conservare un sano margine di scetticismo piuttosto che risvegliarsi una mattina con i cocci in mano, il tessuto urbano definitivamente spacciato e centinaia di migliaia di metri cubi di cemento sul groppone. Non c'è niente di più triste di una boom town, del vuoto che succhia i soldi e incattivisce la gente.
Paura e desiderio. Desiderio che tutto questo serva a qualcosa e paura che vada a finire come al solito. Il segno positivo sta nella voglia di risorgere, il segno meno è come di consueto nella mala gestione delle risorse, nelle infiltrazioni poco raccomandabili, nella generale incuria in cui di solito affondano i sogni italiani. L'Expo è un investimento sul dopo, un dopo utopico e teleologico che ci chiama a sé.
La sfida, per un cittadino, è capire dove finisca la nebbia di slogan e promesse e dove inizi la realtà.


Ariberto Terragni

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