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mercoledì 15 gennaio 2014

VOLTI NELLE AUTO IN CORSA SULLA CURVA DEL SEMAFORO

Lasciare che il mondo ci giri intorno scrutando tutte le sue sfumature chiaroscure e rimanere immobili senza un respiro profondo, senza quell'ansimare sotterraneo che come il fumo sale e ci annebbia la vista nel traffico cittadino. Capita a volte di addormentarsi appoggiati al semaforo nei pomeriggi di afa estiva, in quelle giornate dove si vaga per le strade in cerca di qualcosa che non c'è. Capita anche di entrare nell'anima del semaforo, inquieta e meccanica. Il semaforo è un'autorità astratta dalla vivace staticità, è un'oggetto che mette regole alle fasi del nostro percorso.
Provare a fermarsi davanti al suo lungo collo ed ai suoi occhioni colorati è un tentativo per vedere come si può ancora obbedire a comandi prestabiliti dalla civiltà e di come si può andare ancora più in là godendo quest'istante sospeso e fugace dietro al parabrezza.
Quando scatta il verde le auto in corsa fanno una curva a destra e fuggono via lasciando dietro a sé una scia di nevrosi e d'alienazione, vedendole non si pensa più ad una gazzella svelta ed allegra ma ad un cinghiale feroce in cerca di una preda da squartare. Il momento prezioso in cui la vettura supera l'angolo del semaforo disegnando sull'asfalto linee circolari è la rivincita dell'armonia sulla linearità della pianta urbana.
Lo stesso moto rotatorio delle mani sul volante nasconde un velluto finissimo di dolcezza che s' intravede adesso dopo la monotonia della guida in vie lunghe e dritte.
Ma come si può parlare di queste stupidaggini in un mondo folle che si preoccupa solo dei ritardi al lavoro e di superare il guidatore lento? ...

Poi ci sono i volti, i volti intravisti dietro i vetri delle auto in corsa sull'angolo del semaforo, volti tutti uguali e crudeli allo stesso modo. Le mandibole tese e gli occhi disperati fanno da collana attorno al marciapiede in una ripetizione ossessiva e macabra. Ognuno è perso nel suo mare nero ed il solo pensiero che gli sorge è di passare in tempo con l'arancione. Ad un tratto viene in mente certi film in bianco e nero in cui le due ruote erano un'emozione fresca e rosea, viene in mente quella scena di “Buone vacanze” del 1932 in cui Stanlio e Ollio guidavano quell'automobile scassata con in corpo un surplus di sbadataggine, di spensieratezza e di humour.
Nel momento della svolta a destra alla curva del semaforo ci si preparava con curiosità alla sorpresa dietro l'angolo della città e si girava il volante in una canzone fiduciosa; quello scatto di oggi sembra sempre di più una coltellata.
La voglia di aspettare, aspettare il proprio momento per scoprire cosa ci riserva il destino è qualcosa che dobbiamo riprenderci, le luci rosse e quelle verdi ci dicono soltanto che in quel momento è tempo di andare o di aspettare qualcun'altro che sta godendo i frutti della vita al posto nostro. 

                                                                        

                                                                                    Monsieur G

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