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mercoledì 29 gennaio 2014

Postculturale



Nel calderone delle parole in liquidazione, è entrata da un po' anche la fatidica cultura. Dalle intemerate ministeriali di qualche tempo fa (che ne sottolineavano l'inconsistenza alimentare) alla lamentazione perpetua di alcuni operatori del settore.
Se ci guardiamo intorno la realtà culturale in cui viviamo oggi, duemilaquattordici, è quantitativamente sorprendente: iniziative in ogni dove, diversificazione dell'offerta, sovvenzioni pubbliche e private, premi, concorsi, mostre, dibattiti. Ma non solo: scrittori ovunque, artisti, fotografi, creativi ad ampio raggio. E via con cantanti, designer, artisti pop. E ancora, un livello scolastico statisticamente alto come non mai (all'estero di più, pazienza), università intasate, corsi di laurea che si sprecano, cattedre, corsi all'estero, multimedialità.
Eppure in tanta cultura non c'è traccia di cultura. Come mai?
Nella rappresentazione permanente che questo paese fa di sé, e di cui l'oltre ogni limite celebrato film di Sorrentino è una compiaciuta e perfetta testimonianza, c'è sempre un post di troppo. Dal post moderno, al post comunismo fino ai limiti parodici del post culturale di questi anni, dove il recupero in chiave repertoriale del cosa ha prodotto una proliferazione incontrollata di come: e allora è il come a dominare. Tanti libri non letti sulle mensole sono più importanti di pochi libri letti veramente. Tante iniziative inutili sono più rilevanti di poche cose fatte come si deve. Ma questo ragionamento, questa forzatura, diventa evidente quando ci ritroviamo a conteggiare più scrittori che lettori, in un cortocircuito che in termini banali è solo il dato sensibile di un'inflazione su vasta scala. Un'illusione che nel tentativo di mascherare il vuoto proietta ombre sempre più grandi e sempre più dilatate, così che l'occhio ottuso della statistica possa dire: sì, c'è qualcosa, anche se questo qualcosa è un niente.
Il niente che sta alla base della sofistica come della supercazzora.
Ora, sarebbe bello potersi dire in placida rassegnazione che la colpa di tutto questo è dei tempi marci in cui viviamo, imputando questi tempi ad una misteriosa partenogenesi. Sarebbe rasserenante, come in generale è rasserenante il qualunquismo. Il brivido viene quando si prova a intravedere alle origini del postculturale una radice autoritaria: un'affermazione del Potere nella sua forma più subdola, che agisce in sottotraccia e logora il funzionamento dello spirito critico. Più scrittori ci sono, meno scrittori contano. Più si pubblica, meno si pubblica il necessario. Più riusciamo a dare a tanti sprovveduti l'illusione di essere artisti, più gli artisti faranno fatica a dirci qualcosa. Soprattutto, una produzione di cultura seriale fatalmente produce persone altrettanto seriali.
E come è pulito questo postculturale. Come è organizzato. Curricula invidiabili, brochure, depliant, ottimi siti web. Un lavoro ben fatto.

Ariberto

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