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mercoledì 22 gennaio 2014

Le case di Raboni

Cade in questo 2014 il decennale della morte di Giovanni Raboni. Cade in un momento non facile per la cultura e segnatamente per la cultura poetica di memoria milanese (non so se Raboni avrebbe apprezzato l'accostamento alla Linea Lombarda gaddiana, più per pudore e modestia che non per argomenti). Dieci anni e un corpus poetico che viene restituito intatto al lettore di oggi in tutta la sua coesione e interezza: un territorio vasto e simbolico, dove la materia compositiva si è via via sedimentata nel segno di una schietta coerenza esistenziale e ambientale. Dalle prime esperienze in versi di Le case della Vetra fino alle ultime riflessioni di Barlumi di storia, c'è, in Raboni, la tensione al caduco e al provvisorio (le canzonette non a caso sono 'mortali'), non nel senso di un minus tematico ma di una spontanea e forte adesione al reale, che rimane il campo di ricerca principale del suo percorso, insieme alla rielaborazione del classico come strumento di analisi del presente (La fossa di Cherubino, Antigone o La rappresentazione della croce). A un livello di lettura più o meno superficiale, nel significato proprio di primo grado, la rappresentazione procede per evidenze e archiviazione della memoria: la Milano di Raboni si esprime per circostanze e nomi, intrecciati dal filo rosso dell'esperienza, che rivive, in senso figurato ma non del tutto trasfigurato, nella necessità del verso: le parole diventano il vettore di un lungo viaggio, circoscritto per estensione geografica, sterminato per implicazioni simboliche. Segnatamente ne Le case della Vetra, l'esperienza coincide con il ritorno in città dopo la fine della "drammatica vacanza" durante lo sfollamento negli anni della guerra. Città coincide allora con riscoperta, e in qualche modo disvelamento A un livello cognitivo più profondo. Gli occhi dell'autore non sono più quelli di un bambino, ora sanno cogliere i segni, interpretarli. Il grado di dicibilità aumenta in modo esponenziale e incontrollato, accostando materiali e riferimenti eterogenei: "Quando piove, fanno proprio schifo le finestre che si coprono d'unto", recita Canzone. Il livello di traducibilità del reale si dilata fino al consunto e al banale di un'osservazione sconsolata; bambini mangiati dai pidocchi, la magrezza della povertà o ancora "gomme di bicicletta o antenne". Il rapporto con gli eventi e con la tangibilità 'urbana' dei luoghi ha il senso di una discesa: dall'alto la città sbatte in faccia la sua dicotomia tra una mai sazia povertà e una nuova dimensione di ricchezza 'obesa e ingrassata': c'è bisogno di voltare pagina, di andare avanti, anche se questo avanti si fa largo spalando via i morti dalle loro casse, "A Musocco c'è bisogno di posto e il posto si fa mettendo un morto sopra l'altro, sigillati in un pezzo di muro". Il richiamo manzoniano alla peste, ai monatti e A un più generale sentore di unzione e promiscuità tra vita e morte è abbastanza forte, e mai nascosto. Tra la ricerca di un più alto tasso di dicibilità di stampo angloamericano (soprattutto, come dirà l'autore stesso, Pound ed Eliot) e il richiamo della prosa manzoniana, le fonti letterarie di Raboni giocano a intersecarsi in un linguaggio insieme libero e controllato, fatto di alternanze tra lunghe cadenze e distici tronchi, secchi come una sentenza. Il verso si rivela in una metrica controllata, mai fuori luogo per ampiezza o smorzata da cesure formali troppo repentine: il gioco è come sempre d'equilibrio, anche a costo di forzare i termini della media lessicale per far quadrare i conti attraverso picchi e abissi, lirica e cronaca. In una formula particolarmente esplicativa sarà Raboni stesso a definirla "poesia urbana", un sottogenere in largo anticipo sui tempi (stiamo parlando dei primi anni Cinquanta), in sostanziale continuità con il neoreale del dopoguerra ma con uno scarto formale e per così dire inventivo di marca differente. Il racconto dei panorami quotidiani e delle riflessioni personali si coagulano in una struttura riconoscibile ma flessibile che sarà tipica di tutto il percorso di Raboni, e che troverà la sua massima espressione in A tanto caro sangue, degli anni Ottanta, il momento di più scoperta evidenza del sé poetico dell'autore, forse il più lancinante.
La cifra di Raboni come "scrittore di versi" (come amava definirsi) sta proprio in questo delicato equilibrio di dosaggi, in bilico tra il rispetto della tradizione e la ricerca di una forma personale, un'alchimia che ha dato esiti diversi e che in qualche caso ha suscitato reazioni veementi e forse un po' ingenerose (ricordo una polemica con Carmelo Bene a proposito di Canzonette mortali).
Il punto di partenza, ad ogni modo, resta la sua Milano dei cortili e delle piazze, la sua Milano che nel tempo aveva visto mutare e in parte disgregarsi sotto il peso di scelte politiche discutibili e di un'estesa disattenzione, così in antitesi rispetto alla memoria giovanile della città. Le case della Vetra segnano questo passaggio, ‘certificano una realtà’, ci restituiscono la fresca istantanea dell'autore da giovane ancora oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa.


Le opere di Giovanni Raboni sono, tanto per cambiare, di non facile reperibilità. Trovabili sono ancora Ultimi versi (Garzanti Libri 2006), Alcesti o la recita dell'esilio (Garzanti libri 2002), e nella collana dello Specchio (Mondadori) Barlumi di storia. 
Tutte le opere poetiche e una sostanziosa raccolta di scritti critici sono riunite nel Meridiano Mondadori.

Ariberto Terragni

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