Pagine

domenica 5 gennaio 2014

Adrian Paci: una chiave per la cultura albanese

Terzultimo giorno della mostra dell’artista Adrian Paci, “Vite in transito”, al Pac.  La visito con il mio amico scrittore  Kujtim M. Hoxha, con cui ho collaborato quando ha scritto il suo romanzo “Il Cielo di Ketrin” e il figlio M, pure loro del Paese dell’Aquila, come si evince dal cognome.  Hoxha dice:  “La mostra di un compaesano è già un evento”.   Grazie a loro, l’esposizione diventa anche un mezzo per conoscere un di più la loro terra.  In questo post voglio trattare questo aspetto più che fare una recensione.  La sala perno di questo discorso è la prima in cui vengono proiettati dei video, anche se non bisogna dimenticare la serie di immagini ispirate al “Decameron” di Pasolini, a proposito della quale Kujtim dice: “Sa che cosa prendere dalla cultura italiana”. Frase da inserire nel contesto della sua visione della cultura che vede come centrale lo scambio. Riprendendo il cammino dalla stanza dei video, il primo filmato sulla destra si intitola Vajtojca e mostra una donna che piange su un cadavere e Kujtim mi spiega che ci sono donne che lo fanno quasi di professione (non nel senso di retribuzione) e che adattano il testo alla vita e alle caratteristiche del defunto.   Gli attribuiscono un certo effetto catartico e diviene una sorta di celebrazione collettiva alla quale volenti o nolenti si prende parte . Una voce diffonde parole e vengo a sapere che si tratta del dialetto di Scutari. “La parlano solo in dialetto”. Ancora: “Durante il regime (la Vajtojca) era vietata, ma a Scutari se ne fregavano e lo stesso”.  A Scutari c’è il castello di Rozafa (o Rozafat) e mi viene raccontata la sua leggenda che narra dei tre fratelli che stavano lo costruendo e del sacrificio a loro richiesto per portarlo a termine e renderlo più forte: una delle loro moglie.  Il patto era: la prima che fosse arrivata, sarebbe stata la prescelta, ma i primi due avvisarono  le proprie donne, mentre il terzo non tradì la parola data e la sua sposa venne murata, ma le venne concesso di rimanere per metà fuori per allattare il figlio. C’è anche una canzone che parla di questa storia.  Tornando la mostra, ecco le foto di un matrimonio. La tradizione prevede che lo sposo di rechi da lei e che lei gli venga consegnata da un uomo, come il padre, uno zio, un fratello. I due fidanzati si incamminano verso la casa di lui. Ora lo fanno in auto, una volta con un asino. Durante il tragitto, la ragazza dovrebbe essere incappucciata per non vedere la strada. Inoltre, oltre alla dote, dà al suo uomo un proiettile, simbolo del suo potere di ucciderla in caso di mancanze gravi come il tradimento da parte di lei. Sempre secondo la tradizione.  Al banchetto nuziale partecipano anche alcuni parenti della fanciulla, che tuttavia rimangono zitti e tristi perché un membro della famiglia se ne è andato via. Al piano superiore, un video fa vedere il castello di Rozafa e qui le cose interessanti sono: i copricapo bianchi delle anziane albanesi, bianchi forse per richiamare le vette imbiancate, gli zingari e le pecore in giro, disciplinatamente, per un quartiere di Scutari. 
Scutari è la città di Paci.   

Massimiliano

Nessun commento:

Posta un commento