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giovedì 29 dicembre 2011

Recensione di Storie di Pirati di Daniel Defoe

Attribuita a un fantomatico Capitano Charles Johnson, uomo di mare, solo nel 1932 l’opera “Storie di pirati” è stata riconosciuta essere di Daniel Defoe, grazie allo studioso inglese John Robert Moore. Pubblicata nel 1724, si può inserire nella letteratura legata strettamente all’attualità, un po’ come lo sono oggi i libri che escono in concomitanza dei fatti di cronaca. Infatti, quando uscì  “Storie di Pirati”, il problema della pirateria, che infestava l’Oceano Atlantico e quello Indiano, ovvero in zone che riguardavano Sua Maestà Britannica, era molto sentito, visto che proprio in questo periodo le bandiere nere col teschio sono in uno dei momenti più floridi. L’intento di Defoe è pertanto quello di mostrarne il pericolo all’opinione pubblica e al governo, anche per far sì che si trovasse una soluzione. L’opera si apre con una prefazione dell’autore di una breve storia della pirateria, sempre di Defoe, in cui ci si sofferma anche su altre epoche, come quella romana (ma di questa sezione si può citare anche l’accenno a un pirata italiano, Matteo Luca, catturato nel 1722). Seguono poi alcune biografie di pirati contemporanei a Defoe, con l’eccezione di quella del capitano Misson, di fantasia.  Da ricordare le storie di Anne Bonny e di Mary Read, due piratesse, e di alcuni capitani e dei loro equipaggi, come quella di Bartholomew Roberts, che scrisse un codice di comportamento, quella del famigerato Teach o Barbanera, e quella di Bellamy, la cui frase più celebre, “Io sono un principe sovrano, con lo stesso diritto di far guerra al mondo intero che ha un monarca con cento navi in mare […]” si può leggere anche sulla copertina del libretto con i testi de “Le Nuvole”, di Fabrizio De Andrè. Una menzione a parte merita il capitolo dedicato al capitano Edward Low, sia per la ferocia singolare e spesso gratuita del protagonista (ma capace anche di grande codardia), sia per la comicità grottesca di alcune scene, come quella in cui si racconta l’inizio della sua carriera di pirata. Infine, anche se destinata a far capire quanto perniciose fossero queste ciurme, dall’opera emerge un elemento: la democrazia che vigeva sulle navi, che faceva mettere ai voti molte decisioni.

Ps Nel capitolo sul capitano Edward England si fa accenno a navi di Ostenda, città fiamminga sulla costa, a centoventi chilometri da Anversa. Non è lontanissima dalla Schelda, fiume di importanza vitale per Anversa. 


Mp

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